ARTE E ARCHEOLOGIA
Gentile sig. XX archeologo.
come forse saprà da Aristotele (niente popo' di meno) il caso ama
l'arte, quella che a quanto mi consta ha incominciato a
interessarLa, partendo dal suo onorevolissimo mestiere di archeologo. Devo
costatare la verità di quel saggio se ci ha fatto incontrare a proposito di
un’opera dimenticata e distrutta due volte: il destino delle installazioni (1)quando i collezionisti non ne capiscono il messaggio (è qui che, con la
complicità di intermediari interessati, interviene il denaro a smembrarle e a
farle precipitare nella discarica della Storia - e a trascinarci, a volte,
anche i responsabili dello smembramento, come malignamente penso della ditta
che li ha messi all’asta).
La ragione della mia contentezza è la constatazione che il messaggio, presente anche in un singolo frammento dell’installazione, è andato a segno; almeno con Lei. Sembra proprio che esista un’intelligenza archeologica che viene in suo soccorso. Ma ci sono altri messaggi andati perduti con il suo smembramento. Ora, visto che ha avuto la sensibilità necessaria a cogliere il primo, e forse il più importante, attraverso due frammenti addirittura diversi, cercherò di spiegarLe quali.
Chi lavora a contatto con quel terribile Signore (governa, per
ricordarglierlo, niente popo’ di meno che la Morte di tutti) sa bene che ha un
occhio di rispetto con la fede nel futuro: perché mai ci sarebbero gli
archeologi e l’archeologia?
E qui viene il bello (non dovremmo occuparci proprio del Bello, noi tapini,
facitori o acquirenti?): il fine non è la Fine, a cui le case d’asta e i vari
intermediari ignoranti destinano il fine, ma la memoria, la cui materia prima è
il Tempo, l’unica che giustifichi il nostro farsi il culo (“chaque jour au
travail” secondo un famoso scultore dell’’800) dietro pentole e pentolini, che
non son fatti per bambini.
Rimescoli il mazzo adesso, rivolti tutto questo ambaradan e con le foto che
ho scattato a suo tempo forse si farà un’idea della bellissima installazione
che S. Zeno di Pisa ha avuto il piacere di ospitare nel lontano 1998esimo anno
del Signore. Perché si faccia un’idea
giusta, Le ricordo che il mare ha determinato le sorti della Capitale del
Mediterraneo, interrandola col fiume maledetto (alias l’Arno), ma che, prima di
quell’evento memorabile, coincidente con la disfatta alla Meloria per opera dei
rivali genovesi (sono un po’ genovese anch’io), aveva lasciato le tracce della
sua presenza (di sale appunto) dentro strane acquasantiere piazzate dal popolo un
po’ dovunque nel tempio di Dio (che non ama, non amava ancora, la simmetria): per
onorarlo.
E adesso chiudo con una considerazione: non lavorano anche gli archeologi
con l’immaginazione? Che bisogno abbiamo di tutti pezzi per ricostruire
l’oggetto? Non basta un accenno?
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Bravo Federico, ti leggo sempre volentieri. Ciao!
RispondiElimina…. sbaglio o le immagini, molto interessanti, non hanno didascalie? Sarebbe utile che le avessero, non credi?
RispondiEliminaGrazie Ferruccio, sei sempre molto attento. Cerco di rimediare:
RispondiEliminaAd esclusione delle Composizioni fotografiche su foto mie, che illustrano le due installazioni a cui faccio riferimento nell'articolo (la prima alla Galleria Continua di S. Gimignano, 1999, e la seconda a S. Zeno di Pisa, 1988), le altre sono state scattate, da Enrico Cattaneo, Cesare Somaini e me, nel 1979, all'interno della cartiera della quale parla l'articolo. Il Comunicato citato ne raccoglie una cinquantina, tutte trasformate in stampa, scurite, solarizzate ecc, a formare un opera con lo stesso nome in copia unica (5x6m, edita in cento esemplari da Radicifin (BG), dieci anni dopo la scoperta del Luogo del silenzio. Quest'ultima è stata esposta più volte (Palazzo dei Diamanti di Ferrara, Biblioteca Braidense e Gallerie Derbylius, Belvedere e Cillena, a Milano)