ARTE E ARCHEOLOGIA

Gentile sig. XX archeologo.

come forse saprà da Aristotele (niente popo' di meno) il caso ama l'arte, quella che a quanto mi consta ha incominciato a interessarLa, partendo dal suo onorevolissimo mestiere di archeologo. Devo costatare la verità di quel saggio se ci ha fatto incontrare a proposito di un’opera dimenticata e distrutta due volte: il destino delle installazioni (1)quando i collezionisti non ne capiscono il messaggio (è qui che, con la complicità di intermediari interessati, interviene il denaro a smembrarle e a farle precipitare nella discarica della Storia - e a trascinarci, a volte, anche i responsabili dello smembramento, come malignamente penso della ditta che li ha messi all’asta).

La ragione della mia contentezza è la constatazione che il messaggio, presente anche in un singolo frammento dell’installazione, è andato a segno; almeno con Lei. Sembra proprio che esista un’intelligenza archeologica che viene in suo soccorso. Ma ci sono altri messaggi andati perduti con il suo smembramento. Ora, visto che ha avuto la sensibilità necessaria a cogliere il primo, e forse il più importante, attraverso due frammenti addirittura diversi, cercherò di spiegarLe quali.

Intanto sappia che molti anni fa (1979), attratto dall’ archeologia (industriale), sono incappato (sempre per caso!) in quello che successivamente ho battezzato" il Luogo del Silenzio": fallita due anni prima, stendeva le sue meravigliose architetture di ossido di ferro e cemento in disfacimento quella che era stata la più grande cartiera italiana (quattro km quadrati lungo il letto dell’Olona, a Lonate Ceppino, nel Varesotto, venivano riconquistati dalla natura). Se le salta il ticchio potrà avere un’idea della mia emozione visitando nel mio sito le fotografie che riguardano il Comunicato Geografico Marginale o guardi su you tube il video Ravatti. Sappia però che in quel luogo andavo spesso a riposare e pensare e lì sono nate moltissime delle mie opere, lì la centralità del tempo in tutte.

Chi lavora a contatto con quel terribile Signore (governa, per ricordarglierlo, niente popo’ di meno che la Morte di tutti) sa bene che ha un occhio di rispetto con la fede nel futuro: perché mai ci sarebbero gli archeologi e l’archeologia?

Siamo nella stessa barca e se Lei guarda bene quanto ha acquistato, vedrà che il sottoscritto pensava proprio all’archeologia, al Tempo, quando faticosamente, a suon di pentole, acqua distillata e fuoco (amico), purificava il sale per ottenerne il cristallo (altro emblema del Tempo, come Lei sicuramente saprà, che impiega milioni di anni per generarlo), prima da solo e poi nel contenitore (particolare non trascurabile, anche lui un resto, un ravatto, uno scarto questa volta dell’industria chimica). E dai e dai (ogni strato è un giorno di faticoso lavoro), procede al fine.

E qui viene il bello (non dovremmo occuparci proprio del Bello, noi tapini, facitori o acquirenti?): il fine non è la Fine, a cui le case d’asta e i vari intermediari ignoranti destinano il fine, ma la memoria, la cui materia prima è il Tempo, l’unica che giustifichi il nostro farsi il culo (“chaque jour au travail” secondo un famoso scultore dell’’800) dietro pentole e pentolini, che non son fatti per bambini.


Rimescoli il mazzo adesso, rivolti tutto questo ambaradan e con le foto che ho scattato a suo tempo forse si farà un’idea della bellissima installazione che S. Zeno di Pisa ha avuto il piacere di ospitare nel lontano 1998esimo anno del Signore.  Perché si faccia un’idea giusta, Le ricordo che il mare ha determinato le sorti della Capitale del Mediterraneo, interrandola col fiume maledetto (alias l’Arno), ma che, prima di quell’evento memorabile, coincidente con la disfatta alla Meloria per opera dei rivali genovesi (sono un po’ genovese anch’io), aveva lasciato le tracce della sua presenza (di sale appunto) dentro strane acquasantiere piazzate dal popolo un po’ dovunque nel tempio di Dio (che non ama, non amava ancora, la simmetria): per onorarlo.

Ma la storia non finisce qui: che strano! Il mare era obliquo? Ma il mare non determina l’orizzontalità sulla terra?
Il Grande Demiurgo ha un imitatore, ma chiude un occhio, anzi due, e inclina la testa: ama gli audaci (audaces fortuna juvat): hanno memoria, affetti. Sul mare dei miei scogli lericini m’hanno sempre affascinato le tracce della sua presenza dovuta al sole, lo stesso che riscaldava le mie giovani membra (ancora intere! Non un braccio di qui, la testa di là: alludo se non l’avesse capito al corpo dei due frammenti).

E adesso chiudo con una considerazione: non lavorano anche gli archeologi con l’immaginazione? Che bisogno abbiamo di tutti pezzi per ricostruire l’oggetto? Non basta un accenno?

Forse nell’epoca del troppo pieno, della ressa al centro, scappiamo in periferia: nel Luogo del Silenzio.
FDL

FDL

1  Un amico mi segnala che una mia opera è in vendita presso una casa d’aste che si occupa di un fallimento e me ne invia la fotografia: allibisco nel vedere due frammenti di due mie diverse installazioni messi uno sopra l’altro e indovino la ditta fallita.
 



















 

Commenti

  1. Bravo Federico, ti leggo sempre volentieri. Ciao!

    RispondiElimina
  2. …. sbaglio o le immagini, molto interessanti, non hanno didascalie? Sarebbe utile che le avessero, non credi?

    RispondiElimina
  3. Grazie Ferruccio, sei sempre molto attento. Cerco di rimediare:
    Ad esclusione delle Composizioni fotografiche su foto mie, che illustrano le due installazioni a cui faccio riferimento nell'articolo (la prima alla Galleria Continua di S. Gimignano, 1999, e la seconda a S. Zeno di Pisa, 1988), le altre sono state scattate, da Enrico Cattaneo, Cesare Somaini e me, nel 1979, all'interno della cartiera della quale parla l'articolo. Il Comunicato citato ne raccoglie una cinquantina, tutte trasformate in stampa, scurite, solarizzate ecc, a formare un opera con lo stesso nome in copia unica (5x6m, edita in cento esemplari da Radicifin (BG), dieci anni dopo la scoperta del Luogo del silenzio. Quest'ultima è stata esposta più volte (Palazzo dei Diamanti di Ferrara, Biblioteca Braidense e Gallerie Derbylius, Belvedere e Cillena, a Milano)

    RispondiElimina

Posta un commento