METASTASI

 

 

Metastasi



Coyote di Joseph Beuys, NY

 

Vale la pena ritornare sull’articolo di Alberto Friedenberg (su Fyinpaper, La sorte dei collezionisti oggi) circa le problematiche e le strategie del collezionismo nell’epoca del Postmodern. Stupisce prima di tutto l’indiscutibile vastità di informazione: mi domando chi abbia fornito all’autore tutti i dati in suo possesso. La storia del collezionismo, finita l’epoca in cui la Chiesa non aveva concorrenti e quella successiva dei grandi principi rinascimentali e barocchi, finita anche quella borghese degli “onesti” e modesti privati (lapsus freudiano, avevo scritto primati), tra i quali in fondo si potevano annoverare anche alcuni sinceri amateurs (del resto non mancavano neanche all’epoca di Vermeer), siamo passati a quella delle fondazioni (Christie’s e Sotheby’s) e dei fondi d’investimento e la solfa non cambia (si veda a questo proposito il bel dialogo fra Paul Virilio e Enrico Baj pubblicato da Elèuthera già vent’anni fa col titolo Discorso sull’orrore dell’arte). Cambiano però le strategie per accalappiare la pletora dei riccastri (molti di più di quanti si possa immaginare) in grado di pagare una banana o un pupazzo luccicante milioni e naturalmente ci sono gallerie che si danno da fare per orientarli nel modo opportuno e farci il proprio tornaconto. Di denaro si tratta (e, a giudicare dalle cifre in ballo, anche nelle epoche passate in parte si trattava) e il commento all’articolo potrebbe essere riassunto dal noto refrain “niente di nuovo sotto il sole”.

Ma si rimane a boccasciutta se non si aggiunge almeno un’informazione: all’epoca della tacita gara fra il giovane Rembrandt e l’anziano Rubens per il titolo di Apelle dei Paesi Bassi, la gente si scannava dietro un’idea religiosa, i protestanti diventavano iconoclasti e i cattolici di Filippo II e poi IV rispondevano con le picche: l’artista doveva scegliere e col suo mestiere in molti casi calmierava la situazione.

Sono estremamente riassuntivo, me ne rendo conto, faccio solo un esempio e certamente non voglio esser tacciato di nostalgia per le guerre di religione, che del resto non mancano nemmeno oggi. Ma voglio mettere in evidenza il fatto che l’arte in qualche modo allora partecipasse a una contesa di fedi e sottolineare che, se il denaro oggi è forse ancora il solo responsabile delle contese, non costituisce però in nessun caso fonte di ispirazione per lei, come non lo costituisce per la scienza, la ricerca, la filosofia e chi più ne ha più ne metta. La lucidità con la quale si affronta la questione collezionismo aiuta a capire a che punto siamo arrivati, dove deve rivolgere il proprio sguardo l’amateur (se ancora ce n’è qualcuno). Ne abbiamo sempre bisogno di sinceri appassionati, di occhio altrui, di giudizio altrui, ci mancherebbe, e anche il senso di inferiorità del collezionista non è un male in sé, è giusto che paghi qualcosa alla personale timidezza, ma solo qualcosa: il coraggio di scendere in campo esige un minimo di obolo, sempre però tenendo conto che in fondo il mondo è pieno delle cacchette degli artisti, narcisisti per antonomasia, e un po’ di piazza pulita non guasta. Mi scuso per la brevità del mio commento, che andrebbe integrato con una relazione un po’ più estesa del colloquio fra Virilio e Baj cui ho accennato: ne varrebbe la pena. Un’ultima osservazione: Beuys, il “ciarlatano”, invitato a fare una mostra a NY, si è fatto scaricare dall’aereo in ambulanza ed è tornato indietro con lo stesso mezzo. Era il 1974 e faccio presente che in questo mezzo secolo il cancro si è esteso al corpo dell’intera società e l’arte non se ne è immunizzata.




 


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