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Fabio Mauri non ha certo bisogno della pubblicità del mio
modesto foglio, ma forse la sala espositiva dove ho visto la sua ultima mostra
in Italia merita la fatica di illustrare le ragioni per le quali ho tirato un
sospiro di sollievo: lontano dai grandi centri di interesse per l’arte da parte
del capitale del liberismo selvaggio, le Grandi Biennali, Moma e via andare,
almeno in certe zone in Italia l’Arte con la A maiuscola esiste ancora, mostra
di avere ancora qualche chance e un pubblico: la periferia resiste alla
massificazione, in alcuni dei centri storici c’è spazio per l’eccellenza. E che
questo avvenga a Carrara, forse la città più disastrata d’Italia sul piano paesistico
e ambientale, preda di un anarchismo urbanistico che ha perso le sue
giustificazioni storiche, risultato anche qui di un capitalismo aggressivo di
nuovo stampo (le cave fruttano ricchezze da capogiro a pochi fortunati eredi di
concessioni e poco più che un lavoro da schiavi a tutti gli altri, i lavoratori
dei depositi, dei laboratori, delle segherie sparse, appunto anarchicamente, su
tutto il territorio comunale - un’area piuttosto ampia che va dalla montagna,
le splendide Apuane, al mare) è stupefacente e al tempo stesso consolatorio.
Nell’elegante piazza storica del Centro (Almerica) si affaccia un palazzo
settecentesco (del Medico) dove, nelle sale interne del primo piano, ho avuto
il piacere di visitare la più bella mostra di questo artista fra quelle che mi
è capitato di vedere negli ultimi trent’anni (sono un suo ammiratore e di lui
mi sono occupato spesso sul mio foglio).
Per evitare subito equivoci dichiaro apertamente e
pubblicamente che non avere debiti specifici nei suoi confronti (come quelli,
per intenderci e per esempio, che mi sento di aver contratto con Fontana o
Gordon Matta), perché la sua arte, immersa apertamente nel sociale (e questa è
un’indubbia affinità), è molto lontana dalla mia idiosincrasia nei confronti
del teatro, di cui lui è sicuramente un erede. La mostra, curata da Angelo
Capasso dell’Accademia di belle arti locale, si intitola Arte e ideologia, ma a mio avviso al posto della congiunzione avrei
preferito vedere una bella disgiuntiva. Infatti l’arte per quest’artista è la
vera antagonista dell’Ideologia, l’unico modo di opporsi a questo demone di
tutti i tempi (e in particolare al più terribile, quello che ha infestato
L’Europa per molti secoli e che nell’ultimo ha mostrato la sua faccia più
feroce). Questo non è solo il senso dell’operare di questo artista, del resto in
proposito molto esplicito anche letterariamente (vedi per esempio il suo Scritti in mostra a cura di Alfano
Miglietti), ma anche il vero prodotto della stessa mostra di Carrara. Questo artista
ha saputo servirsi delle proprie origini familiari (suo nonno era il fondatore
del Valle a Roma e il fratello di sua madre, Valentino Bompiani, il segretario
di Pirandello) e dirigere il proprio penchant nel solco della tradizione
italiana, presente anche nell’arte visiva, a partire almeno dal Rinascimento
(si pensi al secondo Raffaello e a Guido Reni). Ne ammiro la libertà,
l’attenzione, la cura del particolare, la penetrazione dello sguardo e
soprattutto la libertà con la quale tratta il linguaggio visivo, mescolandolo
con altri, soprattutto quelli legati al cinema e alle proiezioni, ma sempre con
grande attenzione a quello del passato anche più antico. Non voglio fare qui
una analisi critica della sua opera, forse non ne sono neanche in grado, ma è
certo che una sua sintesi si può ammirare nel palazzo di Carrara, che con i
suoi stucchi settecenteschi infranti, le sue sale leggermente ombrose ma ampie,
i suoi ambienti silenziosi, testimoni di una nobiltà visiva non inferiore per
esempio a quella della Sala delle Cariatidi di palazzo Reale a Milano, ha dato
a chi ha organizzato la mostra l’opportunità di illustrare perfettamente l’ampiezza
del pensiero di questo grande artista. Una raccolta dei suoi disegni giovanili,
che dimostra la sua indubbia capacità grafica e coloristica, fa da introduzione
a un’esposizione completa e molto selettiva delle sue opere successive, in modo
tale che qualsiasi visitatore, anche il più sprovveduto, anche colui che non lo ha mai incontrato, ne possa uscire
arricchito della conoscenza di un aspetto dell’arte contemporanea che non può
essere ignorato.
FDL
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