Luciano Fabro all'Hangar Bicocca

“Abitare lo spazio” s’intitola la mostra di Luciano Fabro all’Hangar, ma lo spazio vero, quello dell’ex Pirelli alla Bicocca, con le sue scalette verticali verso il cielo, i tralicci delle sue capriate, i lati bui del suo altissimo soffitto, non è stato abitato, bensì riempito. La differenza non è da poco. La grande ragnatela tenuta giù da un preziosissimo marmo munito di bocca e occhio che apre la mostra e l’artificiale firmamento che la chiude in fondo, in uno degli ambienti più affascinanti di cui Milano è dotata, i numerosissimi separé, che li intervallano nel percorso dall’uno all’altro, non abitano quello spazio, lo ignorano.

Mi rendo conto dell’audacia della mia affermazione sul mostro sacro che ha dimostrato di essere forse uno degli artisti più dotati del gruppo dell’Arte Povera, per il quale la materia della scultura ha ancora un suo significato autentico: i Piedoni, Lo spirato 1, Il lino, il vetro e l’acqua del Convivio dei grandi, le funi accartocciate, il piombo ecc. Tutti gli oggetti che sono in mostra lo dimostrano senza ombra di dubbio e i giovani aspiranti artisti dovrebbero vergognarsi di ignorare quale è la materia della scultura, visto che prevalentemente si dedicano a seguire le boutades di Marcel Duchamp (anzi nemmeno le sue, quelle degli epigoni del Grande Maestro di scacchi). Raramente Milano ha potuto vedere una tale sciorinatura di varietà corporea in un grande spazio (solo apparentemente neutro) allestita con sapienza e con ricchezza di soluzioni.

Ma lo spazio è solo questo, è ciò che si abita nei pressi e d’intorno ai vari corpi esibiti con dovizia di particolari e varietà di materiali (marmi tutti di una preziosità eccezionale, bronzo che canta la sua gialla lucentezza insieme con la grettezza della sua superficie di fusione senza intervento, vetro e specchio in tutte le salse, per non parlare della pulizia quasi da design degli strumenti del mestiere dell’architetto e del costruttore)? Lui stesso saprebbe rispondere egregiamente a questa domanda, il Lui dell’ In- cubo, il Lui del cerchio in lieve discesa, il Lui dell’inganno del mezzo specchiato e mezzo trasparente ecc. Perché esistono, sono esistiti indubbiamente almeno due Luciano Fabro: Il sodale di Nagasawa (forse insieme ad Anselmo l’artista di quell’epoca d’oro dell’arte italiana più sensibile all’energia) e il maestro della materia scultorea. Non che l’uno escluda l’altro, intendiamoci, così come, benevolmente, si potrebbe dire che nella scultura Surrealista dopo il grande Giacometti era assente uno scultore sensibile alla materia: bocche, occhi, impronte di mani, nomi incisi nel vetro, Italie impiccate ecc stanno lì a dimostrare che la letteratura la fa ancora da padrona del nostro immaginario. E perché no, qualcuno potrebbe obiettare (tra cui p.e. Balestrini)?

Perché no.Questa è l’opinione di chi insiste a credere ossessivamente, caparbiamente alla specificità e autonomia del linguaggio visivo (compreso quello della reietta Architettura, con la sua storia, l’audacia della sua fantasia, il rigore della sua statica euclidea), in un’epoca in cui la lingua, il parlato, il filosofico, il concettuale hanno creduto di poter occupare tutti gli spazi della poesia (tanto per capirci, lo stesso Vincenzo Agnetti, forse il più rigoroso concettuale dell’epoca di cui stiamo occupandoci, sente il bisogno di incidere nella materia con perfezione maniacale i propri teoremi, i propri aforismi e anche i propri incidenti). Ma forse è proprio questo il valore dell’arte di Fabro, a motivo per il quale qualcuno la giudica classica. Personalmente preferirei la parola dotta anche se sono d’accordo che i riferimenti al Barocco, forse più ancora che al Rinascimento, evidenti in tutte le sue opere la ancorano stabilmente nella Storia della grande arte italiana.


FDL

1 Nell’immagine sopra Lo Spirato apre l'antologica e giustamente può assurgere ad emblema di tutta la mostra: Ilaria del Carretto di Iacopo della Queercia e il Cristo morto del Mantegna sono lo sfondo di quest'opera dottissima, a mio avviso però la più barocca dell'autore.


 

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