In memoriam
In memoriam
A cinquant’anni e a quattro dalla morte, mia madre, malata
cronica alle reni e osteoporotica, si spezzava le ossa: il suo bastone
impersonava la sua eredità spirituale ed è rimasto per circa quindici appeso da
qualche parte nel mio studio. Un giorno di buio dell’anima la vista casuale di
questa reliquia mi ha dato l’energia necessaria a progettare un omaggio alla
sua memoria ed è così che, piegando col vapore un legno di nocciolo, ottengo
come per caso il pastorale ancor oggi in uso da chi conduce le greggi in
montagna. Realizzo d’avere per le mani un archetipo, che l’umanità prima di
essere stanziale migrava appoggiandosi in discesa a qualcosa di più grande del
bastone del vecchio: il legno che avevo ottenuto non era più solo il corpo
visibile della mia memoria, non mi apparteneva più e mia madre restava orfana
dell’omaggio. Le parole del poeta romano che amo fra tutti risuonavano dentro
di me a offrirmi una soluzione: perché non contraddire la sua affermazione,
perché non rendere perenne quanto avevo realizzato? quale che fosse la sua opinione
sulla maggiore eternità della poesia nei confronti del bronzo, noi scultori non
la pensiamo allo stesso modo: la statua del grande Marco sul Campidoglio ce lo
conferma e addirittura il mare di Riace ha protetto per migliaia d’anni le
bellezze che un ignoto scultore greco ci ha regalato: Orazio poteva dire quello
che voleva, io avrei tradotto in bronzo il mio bastone.
Chi è digiuno di scultura o d’arte non sa che quest’ultima
ama il caso, come conferma Aristotele, e così la copia perfetta del mio
pastorale uscita dalla staffa si portava appresso le bave laterali, a memoria
del processo di fusione: non avevo mai visto qualcosa di simile in giro e il
mio orgoglio di scultore si gonfiava. Fu allora che mi venne in mente che anche
il mio bronzo non mi apparteneva più e che mia madre sarebbe rimasta orfana una
seconda volta del suo omaggio: le chiese di cui il nostro paese è cosparso sono
ricche di immagini scultoree e pittoriche di pastorali e l’inconscio
collettivo, dopo la morte del Buon Pastore, ha privato questo modesto
sottoscritto del suo stupido orgoglio. Non solo, uno sguardo critico
retroattivo gli ha fatto ricordare che altri artisti più grandi di lui già
andavano in giro con l’archetipo, giocando coi coyote (Joseph Beuys) o col
barocco delle nostre chiese (Idetoshi Nagasawa). A modo loro, a modo loro, non
a modo mio, ma noi dobbiamo essere originali, totalmente originali, perché il
linguaggio è tiranno e non sopporta nessuna similitudine, nemmeno quelle
giustificate dalle memorie personali.
L’orgoglio però sussisteva, premeva e io continuavo a guardare sconsolato il mio pastorale appoggiato a un muro bianco nel mio studio. L’idea di fotografarlo dipendeva da quello o era frutto della pratica del mio mestiere? Non so rispondere, ma so che l’illuminazione violenta necessaria a una foto ha aperto uno spiraglio nel muro che mi si parava davanti: l’ombra del bastone era nera, fortissima, e mia madre era ormai un’ombra dietro proprio quel muro, era lì, presente ancora, e mi parlava.
Il pastorale di bronzo (foto di G. Colombo)
Ho sempre pensato che le cose più importanti nella vita di un uomo sono invisibili, appartengono di fatto al suo intimo, qualcosa di seppellito dentro di lui, indelebili; e fu così che l’incontro, ancora casuale, con la traccia di un elettricista praticata in un museo visitato poco dopo mi ha suggerito la soluzione di come raggiungere il buio in cui si nascondeva mia madre; il buio che è il nero, questo sì assoluto, questo sì originale: potevo allungare una mano e toccarlo, toccare qualcosa che non aveva mai toccato nessuno e sotto i miei polpastrelli tastare il nero. Da quel momento ho tolto il bronzo, perché cosa c’è di più vero di qualcosa che ha in sé l’immagine di un sostegno ma è vuoto e cosa di meno prezioso di uno scasso in un muro? Lo puoi tappare come il gatto di Poe, miagolerà sempre, ma non te ne puoi impossessare: non c’è bisogno della frusta di Cristo per scacciare dal Tempio il mercante.
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