Il pensiero critico
Il rapporto con i critici è un punto dolente per ogni artista. Tanto per fare qualche esempio, Licini mal sopportava che Marchiori, che lo aveva in altissima stima, fosse il critico ufficiale anche del suo ex amico Morandi e nessuno dell’Arte povera ha apprezzato il voltafaccia di Bonito Oliva quando ha sostenuto anzi addirittura lanciato la Transavanguardia. Ognuno di noi storce il naso quando un critico rivolta come un guanto una tua invenzione, un tuo lavoro, scoprendo affinità e precedenti. Il mestiere del critico, diciamo la verità, è ingrato: traduce in letteratura un linguaggio altro e il migliore dei casi è quando fa della buona letteratura dichiarando la propria emozione: le reazioni di tutti sono non solo lecite, ma addirittura gradite quando sono espresse poeticamente, il che però è molto raro. Il più delle volte siamo di fronte a discorsi tortuosi ed elucubrazioni astruse; valga per tutti il commento di Alberto Giacometti a un testo critico scritto niente popo’ di meno che da Palma Bucarelli, direttrice della Galleria d’arte Moderna di Roma “All’inizio della lettura mi sono infuriato, poi scoppiavo dal ridere, non l’ho nemmeno finito”1.
Anche FDL occupa uno spazio critico, per il semplice motivo
che ne è stato costretto: l’indifferenza, la superficialità e soprattutto
l’assenza di obiettività non solo nei miei confronti, ma anche in quella di
colleghi che per me non meritano attenzione, da parte di quasi tutta la critica
ufficiale ha fatto scattare in me il desiderio di intervenire, ma mai a
proposito di miei lavori, mai parlo delle mie finalità, non è la mia poetica in
campo, bensì quella degli altri, amati o disprezzati che siano. Sono
esattamente 17 anni che rompo le palle a destra e a manca dicendo apertamente
la mia a proposito di colleghi ed eventi vari e pochi mi cagano: Fuori dai denti fa paura? Non ci capisco
un accidente, ma vado avanti. A volte sento voci incoraggianti: “ce ne fossero
di artisti come te” ecc ecc mentre da altri mi arrivano opinioni di seconda
mano, tipo “bravo, ma meglio tenersi alla larga, pericoloso”. Non posso nulla
contro l’andazzo del mondo dell’arte e cerco di fare un po’ di chiarezza,
onestamente. Non sono un puro e certamente ho i miei difetti; alla fine, la
mia, si vedrà se avevo ragione o torto e se il mio contributo sia stato valido.
Invece volevo parlare della critica che faccio a me stesso, del pensiero critico che secondo me ogni soggetto creativo deve esercitare in corso d’opera. Succede questo, almeno a me: faccio un incontro, per caso mi succede di vedere qualcosa che attira la mia attenzione. Non so perché, ma la attira. Ecco, mi dico, qualcosa che illustra perfettamente la mia ossessione, che so, il Tempo piuttosto che la Memoria oppure il Vuoto, tutto comunque legato a una certa emozione che ho provato una volta e che s’è conficcata dentro di me. Ma come rendere visibile ad altri questo fatto, come comunicare questa stessa emozione ad altri? Forse se ci riesco me ne libero, almeno di quella, condividendola. Il meccanismo è semplice, forse addirittura semplicista, perché le vere ossessioni, magari quelle seguenti la perdita di una persona amata, sono permanenti, rimangono sul fondo della tua animuccia delicata. E’ così purtroppo, ma ci tento, tento di dire ad altri: vedi? Io ho incontrato o immaginato un oggetto fatto così e così, un oggetto che aderisce perfettamente a me, che mi rappresenta, che rappresenta il mio dolore, la mia perdita; forse quest’incontro può essere utile anche a te: non siamo molto diversi, anche tu avrai le tue magagne, i tuoi dolori, forse può servire anche a te. E’ così che inizia il travaglio creativo, inizia il lavoro di tradurre l’emozione ricevuta da un certo incontro 2.
Anche FDL occupa uno spazio critico, per il semplice motivo
che ne è stato costretto: l’indifferenza, la superficialità e soprattutto
l’assenza di obiettività non solo nei miei confronti, ma anche in quella di
colleghi che per me non meritano attenzione, da parte di quasi tutta la critica
ufficiale ha fatto scattare in me il desiderio di intervenire, ma mai a
proposito di miei lavori, mai parlo delle mie finalità, non è la mia poetica in
campo, bensì quella degli altri, amati o disprezzati che siano. Sono
esattamente 17 anni che rompo le palle a destra e a manca dicendo apertamente
la mia a proposito di colleghi ed eventi vari e pochi mi cagano: Fuori dai denti fa paura? Non ci capisco
un accidente, ma vado avanti. A volte sento voci incoraggianti: “ce ne fossero
di artisti come te” ecc ecc mentre da altri mi arrivano opinioni di seconda
mano, tipo “bravo, ma meglio tenersi alla larga, pericoloso”. Non posso nulla
contro l’andazzo del mondo dell’arte e cerco di fare un po’ di chiarezza,
onestamente. Non sono un puro e certamente ho i miei difetti; alla fine, la
mia, si vedrà se avevo ragione o torto e se il mio contributo sia stato valido.
Invece volevo parlare della critica che faccio a me stesso,
del pensiero critico che secondo me ogni soggetto creativo deve esercitare in
corso d’opera. Succede questo, almeno a me: faccio un incontro, per caso mi
succede di vedere qualcosa che attira la mia attenzione. Non so perché, ma la
attira. Ecco, mi dico, qualcosa che illustra perfettamente la mia ossessione,
che so, il Tempo piuttosto che la Memoria oppure il Vuoto, tutto comunque
legato a una certa emozione che ho provato una volta e che s’è conficcata
dentro di me. Ma come rendere visibile ad altri questo fatto, come comunicare
questa stessa emozione ad altri? Forse se ci riesco me ne libero, almeno di
quella, condividendola. Il meccanismo è semplice, forse addirittura
semplicista, perché le vere ossessioni, magari quelle seguenti la perdita di
una persona amata, sono permanenti, rimangono sul fondo della tua animuccia
delicata. E’ così purtroppo, ma ci tento, tento di dire ad altri: vedi? Io ho
incontrato o immaginato un oggetto fatto così e così, un oggetto che aderisce
perfettamente a me, che mi rappresenta, che rappresenta il mio dolore, la mia
perdita; forse quest’incontro può essere utile anche a te: non siamo molto
diversi, anche tu avrai le tue magagne, i tuoi dolori, forse può servire anche
a te. E’ così che inizia il travaglio creativo, inizia il lavoro di tradurre l’emozione
ricevuta da un certo incontro 2.
Ma si sa, il linguaggio è tiranno e qui comincia la critica,
l’autocritica. Per esempio ti piace Giacometti3, ma guai a imitare
il modo con cui lui ha affrontato la tua stessa questione: devi tener conto che
c’è stato lui, certo, e tutti gli altri, ma il linguaggio esige qualcosa di
diverso, direi qualcosa di più: lui ha inventato il carminio e tu devi
allargare, inventarne un altro di colore per esprimere l’emozione che hai
provato davanti a ciò che hai visto. Tu, solo tu sai bene quello che veramente
ti libera dall’ossessione. Così e solo così tutti i particolari dell’oggetto
che crei vanno a posto. Non sai perché, è molto importante non sapere perché,
ma è il tuo piacere a dirtelo, la rua profonda soddisfazione.
Ecco, questo intendo per critica. Poi ci sono gli storici, i
filosofi, gli studiosi delle mille espressioni dello spirito umano che fanno il
loro bravo mestiere di individuare l’andazzo dell’epoca; non dico che facciano
un lavoro inutile, ma per coloro che vengono indicati come i creativi, che
siano poeti, musicisti o artisti, contano poco: hanno capito qualcosa, qualcosa
a cui magari non avevi manco pensato? Bene, sei loro grato, ma quel che conta è
che sia una persona generica a ricevere l’emozione che hai avuto (l’idraulico o
l’elettricista o la casalinga che passava per caso di lì) e se è un altro
artista, tanto meglio.
FDL
2 L’Arcangelo di Vigolo o del Rilke delle Elegie Duinesi.
3 Giacometti è un caso limite, ma molto significativo: dopo il grande successo avuto in gioventù, quando faceva parte dei surrealisti (è stato veramente il più grande scultore surrealista), visitato dall’arcangelo (vedi 2) se n’è rimasto più di dieci anni in silenzio, occupandosi di vendere le opere del padre o del fratello Diego, per ricomparire in seguito con sculture che stavano comodamente in una scatola di fiammiferi (familiari): aveva scoperto il vuoto (dopo l’incidente occorso a Michelangelo). Vedi a questo proposito i vari saggi raccolti in Riga (Hestia 1991, e poi in Marcos y Marcos)


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