VUOTO E ARCHITETTURA (2)

 Caro ragazzo, noi siamo ancora qui a chiacchierare, mentre tu sei scomparso nel buco in cui eri andato a cercare tuo fratello1


La continuazione del post precedente è d’obbligo visto che amici interessati all’uno o all’altra equivocano, forse perché non hanno capito che l’accento era (è) sulla congiunzione. Gordon, architetto mancato, ha suonato il La, sta a noi comporre un pezzo: la musica. Ma un vocabolario del vuoto o le sette note del pentagramma ancora non esistono, anche se molti, praticamente ignoti, ci hanno lavorato e ci stanno tuttora lavorando: quello dell’americano è stato essenzialmente il suono di una sola nota. Architetto mancato, ho detto, e ho cercato già di spiegare l’aggettivo parlando di cosa è per me l’architettura. Comunque puntare l’attenzione, strutturale quindi architettonica, sul vuoto è stato importantissimo (il mondo, con cinquant’anni di ritardo se ne sta accorgendo), ma forse oggi non è più sufficiente a produrre una vera composizione. Riflettendo, questa musica non poteva venire da uno nato sul suolo americano, dove tutto ha un prezzo e il senso della storia è scarso (ad eccezione di alcuni pochi riflettori sulle sue “vene” - valga per tutti quello di William Carlos William). Un’idea di architettura come quella della migliore tradizione italiana, dove la storia è pesante ma dà i suoi frutti, forse non era nelle sue corde, perché “distruggere è forse solo il primo atto del costruire” (Barberini & Borromini docent). Questo per sintetizzare al massimo un giudizio comunque ammirato e spero obiettivo sulla sua grande arte. E’ un fatto però che la patata che ci ha lasciato è bollente.  Perché?


Il mare ancora a Pisa (S. Zeno, 1998). Courtesy Teseco per l'arte contemporanea & Galleria Continua

Penso all’imperialismo della pubblicità (esercitato soprattutto e in maniera spudorata soprattutto in Italia): la città è diventata solo superfice, senza nessun rispetto per l’architettura affidata alle sole archistar (che comunque anche loro non possono niente contro i piccoli Basquiat che pullulano in giro fra i nostri figli e nipoti). Si parla addirittura di rivoluzione antropologica: non siamo più sensibili al volume, ma solo al colore della superfice. Non parliamo poi di spazi o beni comuni asserviti all’affarismo pubblicitario (è noto per es. che a Milano certi monumenti rimangono per anni nascosti sotto i rivestimenti molto al di là della durata dei lavori che nascondono, perché rendono al comune fior di quattrini con le immagini gigantesche di qualche Armani di turno). Inutile continuare a citare il ritornello di un grande architetto come Ludovico Quaroni: “la città è come un uomo, non può vivere senza il cuore, la sua storia”. Vogliamo ampliare il discorso sulle trasformazioni antropologiche? chi non soffre il turismo di massa in cui ci si appaga dell’informazione a scapito della vita (sono scomparsi gli artisti che viaggiavano in bicicletta dalla Manciuria a Milano col mito del Belpaese2, perché perdere tempo se ci sono gli aerei?)? Le coste del Mediterraneo sono state tutte divorate da quello che definisco un vero e proprio cancro epocale, contratto subito dopo la guerra dall’ultima invasione barbarica subita dall’Europa (quando non ci pensano i Netanyahu di turno a distruggerle coi cannoni).



Mare e Carcere d'invenzione I, 1985 (foto dell'Autore e di Giorgio Colombo)

Mi stufo ad andare avanti. Forse è bene concentrarsi sul lavoro della tabula rasa, puntare solo sul tempo che macina ogni cosa, sull’angolo dell’occhio, non sul suo centro (dimenticare Piero e Paolo e smetterla di pensare al Rinascimento: è stata una stagione, e poi “l’inferno”, diceva Rimbaud), lavorare con la mano sinistra buttando a mare qualsiasi talento (servirsi solo degli idraulici, degli spazzini e dei sacrestani per riportare le candele nelle Chiese, perché se non c’è qualcuno che sorveglia gli ex voto, è giusto che vadano a fuoco…), ecc.

Carcere d'invenzione VIII , 2016 (Courtesy Gall. Michela Rizzo)

Basta.

1.        A Parigi, nella galleria di Yvon Lambert, un anno dopo il suicidio di Batan, gettatosi dalla finestra del suo studio.

2.        Hidetochi Nagasawa. Altri come Chatwin, Tremlet, Long e Fulton hanno preferito i piedi.

FDL









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