IL VUOTO E L' ARCHITETTURA

Molti artisti, famosi o meno, negli ultimi cinquant’anni hanno rinnovato il linguaggio dell’arte visiva, ma ritengo che abbia affrontato il rapporto vuoto-architettura il solo Gordon Matta Clark. Oggi, a mezzo secolo dalla sua morte, il suo messaggio si è finalmente imposto all’attenzione generale, e quindi è necessario che tutti gli artisti confrontino il proprio lavoro 1 con il suo. Dopo il gesto (gesto sottolineo) di Marcel Duchamp2, che ha aperto letterariamente al vuoto non c’è spazio qui per affrontare quest’argomento e mi affido al buonsenso di chi mi legge, ma due parole vanno spese comunque, seguendo gli artisti che nell’ultimo mezzo secolo ci si sono accostati. Anticipo la necessaria sbrigatività di certe affermazioni (pochi oggi sopportano di leggere più di cento parole).


Se nel linguaggio visivo il vuoto, la sua valorizzazione, partendo dall’”incidente” Rondanini3, è stato inaugurato coscientemente almeno a partire da Fontana, il suo rapporto con l’architettura è stato indagato, sull’onda della Land Art, solo dall’americano. Non vedo altri esempi.



Artisti come Roman Opalka, ossessionato dal tempo, che a partire da Rembrandt è un altro dei punti di svolta irrinunciabili per l’arte contemporanea e ha certamente un rapporto col vuoto, o come Anselmo, che lo cristallizza in una tensione (mentale e concreta), non si sono curati dell’architettura, nella quale il tempo ha una sua presenza altrettanto determinante (le opere di quest’ultimo, indicate spesso come installazioni, ma anche quelle del polacco, in effetti possono essere esposte dovunque senza subire deformazioni sostanziali: l’architettura è sempre e comunque quella dello spazio deputato e quindi di un involucro “astratto”).

Altri artisti di grande levatura, come Beuys o Mauri o Boltanski, hanno indagato la presenza del vuoto nel sociale, ma anche nel loro caso l’architettura era solo un luogo (soprattutto urbanistico – a grande scala - per il primo, teatrale per il secondo, legato solo alla morte, per il terzo), mentre l’aspetto fisico, spaziale era secondario, oserei dire indifferente: un dato di fatto occasionale. Diverso il caso di un altro grande artista come Serra, per il quale la spazialità è tutto, mentre si allontana in secondo piano l’aspetto sociale dell’architettura (a mio avviso non basta che le sue grandi Spirali mettano in crisi l’industria dei trasporti, quella della produzione siderurgica e quella dell’organizzazione delle grandi mostre, perché il sociale, come dimostra per esempio Mauri, va inteso in senso molto più ampio)

Voglio collocare in un unico gruppo grandi artisti come Smithson, Turrel, Oppenheim, Walter De Maria, ecc perché, appartenenti a un ambiente che definisco Neorinascimentale, in riferimento alle grandi sponsorizzazioni con le quali si sono confrontati.  Da esse sono stati in qualche modo condizionati: il linguaggio grazie a loro è uscito ”fuori dalle mura”, ma le loro fantasie territoriali nella geografia dei grandi spazi, sono sostanzialmente ancora sculture. Sarò sbrigativo: l’architettura è un’altra cosa.

Non ho ancora nominato qui artisti dell’Arte Povera che hanno sfiorato il problema del rapporto vuoto-architettura, come Fabro (in particolare il primo), o Kounellis, ma il vuoto non era nelle loro corde. Paradossalmente è più un Merz ad avere un’idea ampia di architettura, ma i suoi suggerimenti spaziali, che hanno contribuito non poco ad allargare il linguaggio, riempiono e non svuotano. Oggi invece è urgente tener fermo questo punto. Molti altri artisti hanno forzato il linguaggio nel senso di svuotarlo, decontestualizzarlo (penso per es. a Paolini o al primo Penone), e mi accorgo di non aver nominato qui nessun “minore” già maturo e nessun giovane la cui sensibilità è comunque nella direzione giusta: ce ne sono, e non pochi che sentono la necessità per il linguaggio visivo di liberarsi dal corpo, dalla materia, ma rilevo che privilegiare la fotografia o il discorso concettuale (sull’esempio duchampiano) sia un vicolo cieco.


A questo punto, finalmente, va precisato cosa intendo per architettura. Intanto va detto senza mezzi termini che il vuoto che deve indagare l’arte è prima di tutto domestico, cioè deve essere alla portata dell’uomo della strada e della casalinga; in poche parole necessita che se ne sviluppi il vocabolario soprattutto per loro. Quanto all’architettura: essa ha poco a che vedere con il prodotto delle archistar, l’architettura è un corpo spaziale vivo, socialmente e storicamente rilevante, in trasformazione, un corpo che ha aspetti minimali, ma anche strutturali, distributivi, territoriali e certamente anche storici (per intenderci, nel senso che è più importante affrontarlo in un contesto europeo o orientale che non americano, dove la storia è recente e comunque poco significativa): l’argine di un fiume o una grande diga insieme con i cessi per i suoi guardiani, l’abitazione della casalinga di Voghera e la chiesa dove va a meditare e ad accendere il suo cero, la sala slotmachine come il Museo. Sì, anche questo, insieme con certi spazi deputati; quindi per es. anche l’Hangar Bicocca con la sua storia di fabbrica e dentro le torri di Kiefer4 .

Vuoto e architettura devono coniugarsi, è urgente.

 (Continua)

Tagliatella 1975

1 La mia prima mostra è dell’anno stesso della sua morte, 1978 (il ragazzo ci ha lasciato all’età di 36!) e la mia scoperta del vuoto come punto di svolta irrinunciabile per l’arte contemporanea risale solo a tre anni prima: nel ‘75 ne avevo 37.

2 Gesto rivoluzionario puro, quindi indifferente (la sua famosa indifference) al linguaggio visivo, a-retinico, oserei dire solo letterario.

3 Si veda il mio L’altro lato o l’arto a lato nel mio In forma (1993).

4 (ma quest’artista pensa al vuoto? pur essendo la sua ricerca altamente stimolante, si converrà che il lavoro di questo tedesco, chiaramente influenzato da Beuys, poco ha a che vedere col vuoto, se non altro per la quantità di spazio espositivo che riempie della sua grande fantasia).

FDL









 

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