IL VUOTO E L' ARCHITETTURA
Artisti come Roman Opalka, ossessionato dal tempo, che a
partire da Rembrandt è un altro dei punti di svolta irrinunciabili per
l’arte contemporanea e ha certamente un rapporto col vuoto, o come Anselmo, che
lo cristallizza in una tensione (mentale e concreta), non si sono curati
dell’architettura, nella quale il tempo ha una sua presenza altrettanto
determinante (le opere di quest’ultimo, indicate spesso come installazioni, ma
anche quelle del polacco, in effetti possono essere esposte dovunque senza
subire deformazioni sostanziali: l’architettura è sempre e comunque quella
dello spazio deputato e quindi di un involucro “astratto”).
Altri artisti di grande levatura, come Beuys o Mauri o
Boltanski, hanno indagato la presenza del vuoto nel sociale, ma anche nel loro
caso l’architettura era solo un luogo (soprattutto urbanistico – a grande scala
- per il primo, teatrale per il secondo, legato solo alla morte, per il terzo),
mentre l’aspetto fisico, spaziale era secondario, oserei dire indifferente: un
dato di fatto occasionale. Diverso il caso di un altro grande artista come
Serra, per il quale la spazialità è tutto, mentre si allontana in secondo piano
l’aspetto sociale dell’architettura (a mio avviso non basta che le sue grandi Spirali mettano in crisi l’industria dei
trasporti, quella della produzione siderurgica e quella dell’organizzazione
delle grandi mostre, perché il sociale, come dimostra per esempio Mauri, va
inteso in senso molto più ampio)
Voglio collocare in un unico gruppo grandi artisti come Smithson,
Turrel, Oppenheim, Walter De Maria, ecc perché, appartenenti a un ambiente che
definisco Neorinascimentale, in riferimento alle grandi sponsorizzazioni con le
quali si sono confrontati. Da esse sono
stati in qualche modo condizionati: il linguaggio grazie a loro è uscito ”fuori
dalle mura”, ma le loro fantasie territoriali nella geografia dei grandi spazi,
sono sostanzialmente ancora sculture. Sarò sbrigativo: l’architettura è un’altra
cosa.
Non ho ancora nominato qui artisti dell’Arte Povera che
hanno sfiorato il problema del rapporto vuoto-architettura, come Fabro (in particolare
il primo), o Kounellis, ma il vuoto non era nelle loro corde. Paradossalmente è
più un Merz ad avere un’idea ampia di architettura, ma i suoi suggerimenti
spaziali, che hanno contribuito non poco ad allargare il linguaggio, riempiono
e non svuotano. Oggi invece è urgente tener fermo questo punto. Molti altri artisti
hanno forzato il linguaggio nel senso di svuotarlo, decontestualizzarlo (penso
per es. a Paolini o al primo Penone), e mi accorgo di non aver nominato qui
nessun “minore” già maturo e nessun giovane la cui sensibilità è comunque nella
direzione giusta: ce ne sono, e non pochi che sentono la necessità per il
linguaggio visivo di liberarsi dal corpo, dalla materia, ma rilevo che
privilegiare la fotografia o il discorso concettuale (sull’esempio duchampiano)
sia un vicolo cieco.
A questo punto, finalmente, va precisato cosa intendo per
architettura. Intanto va detto senza mezzi termini che il vuoto che deve
indagare l’arte è prima di tutto domestico, cioè deve essere alla portata
dell’uomo della strada e della casalinga; in poche parole necessita che se ne
sviluppi il vocabolario soprattutto per loro. Quanto all’architettura: essa ha poco
a che vedere con il prodotto delle archistar, l’architettura è un corpo
spaziale vivo, socialmente e storicamente rilevante, in trasformazione, un corpo
che ha aspetti minimali, ma anche strutturali, distributivi, territoriali e
certamente anche storici (per intenderci, nel senso che è più importante
affrontarlo in un contesto europeo o orientale che non americano, dove la
storia è recente e comunque poco significativa): l’argine di un fiume o una
grande diga insieme con i cessi per i suoi guardiani, l’abitazione della
casalinga di Voghera e la chiesa dove va a meditare e ad accendere il suo cero,
la sala slotmachine come il Museo. Sì, anche questo, insieme con certi spazi
deputati; quindi per es. anche l’Hangar Bicocca con la sua storia di fabbrica e
dentro le torri di Kiefer4 .
Vuoto e architettura devono coniugarsi, è urgente.
1 La mia
prima mostra è dell’anno stesso della sua morte, 1978 (il ragazzo ci ha
lasciato all’età di 36!) e la mia scoperta del vuoto come punto di svolta
irrinunciabile per l’arte contemporanea risale solo a tre anni prima: nel ‘75
ne avevo 37.
2 Gesto
rivoluzionario puro, quindi indifferente (la sua famosa indifference) al linguaggio visivo, a-retinico, oserei dire solo
letterario.
3 Si veda il
mio L’altro lato o l’arto a lato nel
mio In forma (1993).






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