IL SOGNO DI EUCLIDE E L'ARCHITETTURA IMPAZZITA
Nel sesto secolo prima di
Cristo è arrivato quel visionario e ha
svuotato la materia pesante, veramente pesantissima, con cui i Greci
costruivano i loro templi e le loro statue, l’ha resa leggera, eterea,
astratta. Immaginatevi cosa voleva dire una volta sollevare una sola colonna
del Partenone. Ma l’invenzione è andata avanti e altri l’hanno sfruttata: tanto
per citarne qualcuno, Talete, Avogadro, Pitagora ci hanno dato dentro e così
hanno calcolato il diametro della terra, misurato la spinta dell’acqua sui
corpi, fatto giocare i bambini con i quadrati dei triangoli ecc ecc. Insomma hanno
inventato un’architettura quasi perfetta, per gente che si muove nel mondo e
pensa anche ai propri figli.
Dovevano passare altri due
millenni prima che un paio di toscani eredi degli etruschi, nati a Firenze per
la precisione (quando ancora la città nella fossa in cui era nata non era
impraticabile per l’afa in cui l’ha condannata la distruzione degli alberi che
la circondavano dalle colline), dico due millenni, perché inquadrassero la
questione con la presenza della scimmia umana, relativizzandola insomma (“ce
sont des singes”, d’accord, mais ils doivent vivre, après tous!). Pietro, Piero
in toscano, e Paolo, così si chiamavano (ma non erano singes e non avevano
niente a che fare con l’invenzione di Cristo, ben diversa da quella di Gesù) hanno
inventato la prospettiva, della quale nessun architetto può fare a meno (anche
oggi, che deve continuare a pensare dove mettere i nostri cessi, pur
utilizzando il calcolo vettoriale e l’AI).
Così un secolo dopo circa,
sempre nella stessa Atene d’Italia, uno scultore architetto di nome
Michelangelo, cercando di dare testate di mazzuolo contro la materia da lui
stesso divinizzata, ci è morto sopra facendo sorgere, sotto quella, niente popo’
di meno che il vuoto assoluto (non solo una questione di essenza, ma di
mancanza!). I giochi erano fatti, finalmente, anche se la questione per
l’architettura è rimasta aperta. Per lei che cos’è il vuoto, una sospensione,
l’immensità di una cupola, l’audacia di una diga? Forse è proprio una questione
d’energia.
Quattrocent’anni e passa dopo
di lui, praticamente ieri, grandi scultori come Giovanni e Gordon, l’uno
torinese e l’altro americano hanno sfruttato le invenzioni del greco e del
toscano con un occhio proprio all’energia, il primo includendo la psichica, il
secondo impiegandola per fracassare l’architettura. Ma è possibile che le cose
non possano andare insieme come pensava Euclide?
Ci tentiamo, ci tenta
FDL

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Tra i tuoi lavori questo riprodotto nella foto l’ho sempre amato, bellissimo davvero, niente da aggiungere. Tu nell’articolo parti da lontano e forse non sbagli. Quanti, in effetti, sanno ’vedere’ l’opera senza (o nonostante) la narrazione che l’accompagna? Di fronte all’opera che si para davanti i più, per riuscire a ‘vederla’, hanno bisogno di una cornice teorica, vanno guidati lungo un percorso storico/critico in assenza del quale probabilmente si smarrirebbero, insomma fai bene, Federico, a scrivere ciò che scrivi. Ciò detto, se baglio, correggimi, tuttavia concedimi un’annotazione. Lo scritto si presenta come una riflessione autonoma, non necessariamente connessa al tuo lavoro: perché? Non me lo spiego. Invece di porre la tua opera in calce all’icastico saggio, perché, scrivendo apertis verbis, non connettere esplicitamente ciò che scrivi a ciò che mostri? Penso che un nesso dichiarato tra le tue riflessioni e il tuo lavoro sarebbe produttivo di ulteriore senso e, consentimelo, decisamente più apprezzabile.
RispondiEliminaUn abbraccio
Ferruccio
Ti rispondo Ferruccio, o meglio rispondo al tuo appunto, o se vuoi sollecitazione, se l’ho ben capita, a spiegare il lavoro di cui alla foto (e ti ringrazio dell’occasione che mi dai per farlo).
EliminaPrima di tutto una giustificazione: generalmente tendo a fare un passo indietro, quando un’immagine dovrebbe parlare da sola. Per lo meno con te lo ha fatto, ma capisco che non tutti conoscono il mio lavoro come te e quindi la foto denuncia la sua insufficienza.
Il mio “ci tento” comunque è solo un’introibo. In sostanza non volevo parlare di me e nemmeno del mio lavoro, ma solo di un problema generale: le nozze tra l’architettura e il vuoto, che l’arte, anche quella più recente, quella più valida, ha completamente trascurato di celebrare e invece è assolutamente necessario per me che lo faccia. Credo che tu sia d’accordo, se ben ricordo il tuo lavoro in quella chiesa di Milano dove esponesti in alto un oggetto minimale (una sorta di uovo Pierfrancesco?) in un ambiente architettonico carico di storia (io, tanto per capirci meglio, intendo per vuoto anche un passo indietro: agli americani, e fra questi anche al grande Gordon, non è possibile, perché la loro storia è troppo recente).
Il mio post è eccessivamente criptico, riassuntivo e solo allusivo? Ne arriveranno altri di sicuro, ma capirai che un post deve essere breve: chi legge più oggi?
Quanto a una breve spiegazione della foto che mi riguarda: l’oggetto in primo piano raccoglie (ma si vede solo da dietro) le funi che lo stesso oggetto trattiene al di là del muro in cui sono conficcate: Muri I prosegue la ricerca sull’invisibilità attiva che ho cominciato con Carcere d’Invenzione I e II (1986/87). E ci sarebbe ancora molto da dire sull’insufficienza della fotografia a sostituire il contatto diretto con le installazioni. In breve, è necessariamente prospettica e quindi parte un po’ claudicante nei confronti del vuoto, che è comunque periferico, a-centrico.
Ti ringrazio
FDL